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Referendum Costituzionale: le ricerche degli italiani su Wikipedia

In un momento storico in cui la sondaggistica presenta limiti di metodologia e di aderenza alla realtà, un modo alternativo e più preciso è rappresentato dalle interazioni degli utenti sul web.

Riposte le varie enciclopedie negli scaffare a prendere polvere, le risposte sono sempre più spesso ricercate su Wikipedia.

Per effettuare questo tipo di analisi, un ottimo strumento è Wikilytics: una dashboard interattiva che consente di verificare i trend relativi alle pagine di Wikipedia in diverse lingue.

Analizziamo, dunque, le 5 pagine maggiormente ricercate su Wikipedia in lingua italiana per la giornata di ieri, lunedì 5 Dicembre 2016.

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Parole chiave più ricercate su Wikipedia (lingua: it, data:05/12/2016)

Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro: all’indomani della consultazione referendaria, la pagina più visitata è quella dell’organo che sembrava destinato a sparire. Le sue competenze limitate e la sua azione quasi nulla fanno sì che anche la pagina si presenti parecchio scarna.

Matteo Renzi: il premier dimissionario è il secondo argomento di interesse il giorno dopo la sconfitta. Si registra un notevole interesse anche sulle pagine in lingua straniera.

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Ricerche della pagina Matteo Renzi (Wikipedia, lingua: en, periodo: 07/11/2016 – 05/12/2016)

Legge elettorale italiana del 2015: Lo spettro delle elezioni imminenti ha portato gli italiani a documentarsi sulla legge attualmente in vigore qualora si andasse a breve alle urne (il c.d. Italicum)

Matita copiativa: chi l’ha fatta da padrone nelle ricerche il giorno stesso del Referendum è la matita copiativa. Complici le polemiche dei grillini e di Piero Pelù, questo oggetto misterioso ha attirato sulla propria pagina addirittura 266.908 visitatori in sole 24 ore.

Referendum costituzionale del 2016 in Italia: last but not least, il protagonista del weekend: il referendum. La pagina è parecchio dettagliata e ricostruisce la genesi del progetto di riforma costituzionale, la cronologia e gli schieramenti della campagna referendaria, sondaggi e risultati.

Nel periodo di riferimento dal 26 Novembre al 5 Dicembre 2016, la gerarchia delle parole ricercate vede in testa il CNEL seguito dalle Matite copiative. Il dato è abbastanza curioso poiché prova come gli argomenti che hanno avuto maggior appeal sugli internauti non fossero strettamente correlati con il merito della riforma da votarsi.

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Visualizzazioni delle 5 pagine più ricercate (Wikipedia, lingua: it, periodo: 26/11/2016 – 05/12/2016)

Se volete fare le vostre ricerche, provate Wikilytics e lasciate pure un commento con le vostre considerazioni e i suggerimenti su come rendere questo strumento più flessibile per le vostre esigenze.

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Una meschina pubblicità: sciopero della polizia e “colpi accidentali”

Sappiamo tutti in che condizioni versino le casse del nostro Paese e chiunque abbia un amico nella polizia o nell’arma può vantare una collezione di aneddoti alquanto imbarazzanti.

Sin dai tempi della della campagna sul fronte orientale, l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione dei protettori dell’Italia ha costituito un problema in termini di sicurezza e di vite umane. A quell’epoca non si potevano contare i dispersi e la ritirata ha visto rincasare solo una misera parte delle giovani vite spedite in una scellerata missione.

Italiani al fronte russo durante la seconda guerra mondiale
Italiani al fronte russo durante la seconda guerra mondiale

La nostra polizia al giorno d’oggi è una barzelletta. In un Paese, oltre all’etica, sono gli stipendi a rendere la gente corrotta. I tutori della legge spesso pagano di tasca propria la benzina per eseguire ricognizioni in pattuglia e sono canzonati in un clima carnascialesco, quasi da stadio. Beninteso, non sto cercando di giustificare certe condotte, ma soltanto vorrei contestualizzarle.

Il congelamento degli stipendi della Pubblica Amministrazione sembra un provvedimento necessario, ancorché legittimo. In un Paese normale mi sarei aspettato un dialogo tra le parti e una soluzione si sarebbe potuta raggiungere di comune accordo. Ma la ragion di stato (ma soprattutto l’Eurotower e chi davvero la governa) ci richiede altro.

In una tristemente celebre intervista dell’ottobre 2008, Cossiga indicava chiaramente la linea da seguire con i manifestanti: non rimetterli alla giustizia, ma fomentarli affinché alienino da sé i favori dell’opinione pubblica.

Nel solco della storia di un Paese governato da vigliacchi, penso che ancora una volta si sia cercata l’eversione dal dialogo. Un possibile allineamento sindacale dei Carabinieri sulla posizione della Polizia è stato pagato caro. Proviamo a tralasciare per un attimo una vicenda umana che, per quanto drammatica, rimane pur sempre discutibile. Infatti, tre ragazzi a bordo di un motorino che invece di fermarsi all’alt! intimato dagli agenti, scappano a gambe levate impongono al tutore della legge l’impugnatura dell’arma e il colpo accidentale non si sarebbe mai verificato se le persone in questione avessero rispettato le più elementari norme del vivere civile.

Ma a noi questo non basta. Alla Renato Carosone, la stampa di oggi Vuò Fa’ L’Americano. Il mondo si è commosso e le emozioni sono esplose di fronte all’omicidio del ragazzo di Ferguson. Perché non riproporre lo stesso Made in Naples? L’odio per una polizia ingiusta e violenta è nell’aria (per quanto provenga da oltre oceano) e cavalcando l’onda si è potuto colpire chi oggi è più scomodo: il poliziotto.

Gli editoriali patetici di molte testate nazionali evocanti alla protezione della camorra (soprattutto da parte di chi si fa bello con le parole di Saviano) o i commenti beceri comparsi ovunque sui social network, fanno pensare che ad essere sconfitto sia qualche dipendente pubblico capriccioso (carabiniere o poliziotto che differenza fa per l’uomo medio?) e il suo sindacato lezioso.

Miei cari concittadini, chi ci ha rimesso oggi sono soltanto il cittadino e la sua incolumità.

Pensateci e buonanotte.

In fondo a destra: l’Europa tra diserzione delle urne e ristrutturazione sociale

La risposta che spesso si riceve in momenti di impellente bisogno è il classico “in fondo a destra”. A distanza di qualche settimana, mi pare il momento opportuno per commentare con maggiore lucidità quanto avvenuto lo scorso 25 maggio in occasione delle elezioni parlamentari europee.

Raggiunta la fase della crisi in cui ormai la maggioranza della gente è rassegnata al sorpasso di un punto di non ritorno, ci si poteva anche attendere un crollo dell’8,6% dell’affluenza alle scorse elezioni europee. Un dato che probabilmente non molti analisti hanno sottolineato è rappresentato dal fatto che i membri più giovani dell’Unione non siano arrivati al 30%, mentre altri Paesi quali Italia o Grecia hanno espresso in maniera abbastanza folta le proprie preferenze:

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Premesso ciò, richiamerei alcune questioni che possono darci uno spaccato abbastanza interessante della situazione attuale. La Grecia oggi è diventata terra di conquista per investitori stranieri: per sopperire alle incombenze imposte dai rapporti che intrattiene da più di un lustro con il Fondo Monetario Internazionale, la più grande infrastruttura portuale – il Pireo – è stata definita qualche giorno fa’ dal premier cinese Li Keqian  come “la Porta di ingresso della Cina in Europa” mentre annunciava nuovi investimenti per la zona a fianco dell’omologo greco Samaras.

In Italia non si elegge un presidente da ormai tre mandati e persino il ministro dell’economia non ha ritenuto opportuno prestare giuramento insieme ai colleghi al momento dell’insediamento. Invece di ristabilire la pace sociale e discutere misure a sostegno di una popolazione vessata dalla disoccupazione, ci si è affrettati ad annunciare contestualmente alla diffusione degli ultimi dati ISTAT gli arresti di personalità di spicco nella gestione del Mose – programma nato tra tangenti e tafferugli di cui oggi pagano le conseguenze amministrazioni tra le meno colpevoli – facendo fuggire anche gli ultimi scellerati capitani di ventura che avrebbero ancora potuto investire nel Belpaese.

Persino il taglio dei tassi di interesse adottato dalla BCE, riproducendo in maniera sequenziale e ritardataria i provvedimenti della FED sperando nei medesimi risultati, porterà inevitabilmente a una svalutazione della moneta unica favorendo in parte esportazioni e investimenti diretti esteri in direzione dell’Europa, ma complicando ulteriormente la situazione di chi – invece di ricevere linee di credito dalle banche come promesso da Draghi – vedrà i grandi capitali fuggire verso altre banche centrali rinforzando ulteriormente altre valute e altri Paesi, la Cina in primis.

Allora non mi stupisce la diserzione alle urne. Non stupisce nemmeno la svolta populista nelle democrazie più potenti in Europa governate da leader senza carisma né idee e succubi delle direttive di chi ne tiene i redini di un’economia decadente.

Quale risposta dare a questa situazione? Dove trovare la soluzione? La mia risposta è semplice e frequente nei momenti di bisogno: in fondo a destra.

L’adozione di politiche protezionistiche nei confronti di concorrenti sleali – i quali traggono vantaggi competitivi dall’impiego di manodopera da soma – e l’applicazione di una reale politica delle frontiere comuni devono essere alla base di una ristrutturazione sociale innescando una sorta di nuovo maccartismo volto a isolare nuovi scenari di instabilità e a creare un’identità comunitaria. Bisognerebbe quindi cavalcare l’onda di populismo per assicurarsi risultati economici e sociali migliori di medio periodo che oltrepassino i cicli elettorali (negli stati in cui ancora si vota). Servirebbe una politica di mobilità fisica e culturale che permetta alle diverse anime europee di entrare in contatto e di sentirsi un insieme.

Personalmente ho avuto la fortuna di trascorrere periodi più o meno lunghi di diversi Paesi dell’Unione e posso dire di sentirmi europeo. Impossibile, però, riconoscersi nei Van Rompuy, Barroso o Schulz di turno.

Malgrado una forte coscienza civica, mi sento deriso da campagne denigratorie nei confronti dell’elettorato come Act. React. Impact.

 

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La frustrazione risiede nel fatto che le persone non parlano, non discutono idee o soluzioni. Anche una provocazione come questa, qualora trovi un’audience, provocherà reazioni minime simili a un raggio di sole nel Sahara.

Il salto nel buio

Berlusconi condannato a sette anni per il Rubygate. Caroselli e grida di giubilo si sono levati ovunque in italia come all’estero: per una volta sembra che un’epoca sia davvero finita. Raccogliendo l’eco di questo entusiasmo, mi viene naturale sottoporre il mio primo pensiero “a bocce ferme” – come probabilmente si suole dire nell’ambiente delle cene eleganti.

L’Italia è un Paese strano, la sua storia è controversa e i suoi abitanti amano saltare con l’agilità di un grillo (ops!) da un carro dei vincitori all’altro. Chi fino a poche settimane prima veniva ossannato scandendo slogan quali dux mea lux, nel giro di pochi giorni si è ritrovato a vedere il mondo da una prospettiva ribaltata.

Duce piazzale loreto
Una foto d’archivio di Mussolini appeso per i piedi

In questo Stato in cui improvvisamente le situazioni si ribaltano e tutto viene messo sottosopra, episodi del recente passato mi portano a placare l’entusiasmo per una sentenza che, per quanto severa, resta pur sempre una sentenza di primo grado.

Probabilmente i nostri genitori, zii, amici e parenti avranno festeggiato o almeno tirato un sospiro di sollievo apprendendo la notizia nel maggio 1994 che Craxi aveva riparato in esilio volontario (o si era dato alla latitanza) ad Hammamet. Mentre una pagina triste della nostra storia andava spegnendosi all’ombra di una Tunisia guidata da quel Ben Ali protagonista recente di altrettanto tristi vicende, probabilmente molti pensavano si sarebbe inaugurata una nuova era che non poteva essere peggiore di quella caratterizzata dalla trattativa Stato – Mafia, del terrorismo multicolore e di una politica estera di passo profilo segnata dalla Guerra Fredda e da iniziative machiavelliche di capitani di impresa, in primis Mattei, che distribuivano in giro per il mondo mazzette per assicurarsi posizioni in mercati in cui l’inefficienza della rete diplomatica italiana non permetteva di avere sbocchi.

Ebbene, una nuova era in effetti è cominciata. Le stragi di Capaci e di via d’Amelio sono state l’ultimo virgulto di una mafia che ben presto non avrebbe avuto più bisogno di uccidere per dettare le regole del gioco, la crisi della lira e gli anni dei sacrifici per adattarsi a Maastricht. Persino l’aria di pace che sembrava circolare grazie alla caduta del muro di Berlino si è presto scontrata con la triste realtà della guerra nei Balcani e, poco più di un decennio più tardi, con l’11 settembre. Nel frattempo siamo entrati nell’euro, abbiamo visto andare in fumo risparmi di una vita grazie a bond argentini, Cirio o Parmalat, preludio di un sistema malato che sta alla crisi attuale come Guernica sta alla Seconda Guerra Mondiale.

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La celeberrima Guernica di Picasso

In questi anni siamo stati accompagnati da Berlusconi, emblema di quell’individualismo in cui si realizza l’American Dream all’amatriciana. E così, seppur con molte ombre, quest’ultimo ventennio ha visto sotto la luce dei riflettori un protagonista indiscusso in grado di shockare l’opinione pubblica italiana come quella estera, di farci passare agli occhi del mondo da Paese degli “spaghetti, pizza e mandolino” alla repubblica dei clown e – perché no? – di depravati maniaci sessuali disonesti.

Non voglio cedere sempre alla mia solita retorica del si stava meglio quando si stava meglio, ma – ammesso e non concesso che effettivamente sarà preso un provvedimento come l’interdizione dai pubblici uffici di Berlusconi con una condanna in Cassazione per il caso Ruby – vi siete chiesti cosa succederà? Siamo proprio sicuri che il futuro sarà migliore?

Il problema di credibilità non riguarda la politica in senso stretto. Certamente in questi ultimi due decenni non sono state create valide alternative all’impero di Silvio da Arcore, ma tra gli scenari che si prospettano resto basito e con l’imbarazzo della scelta. C’è chi vorrebbe avere la Repubblica Guida Michelin in cui i perbenisti possono attribuirsi un numero di stelle inversamente proporzionale alla propria disonestà o un commissariamento totale (e non solo di fatto) di un Paese che si è avviato ormai da tempo sulla via dello scatafascio.

Allora probabilmente è vero, un’altra epoca si sta chiudendo. Purtroppo non vedo all’orizzonte l’entusiasmo della Costituente o la voglia di vivere Notti magiche inseguendo un qualche obiettivo. Vedo invece una nazione che dovrà rialzarsi da una crisi economica, politica e morale dolente per avere le ossa rotte in partenza.

Che dire allora di questo salto nel buio? Non lo so, ma la cosa mi fa sorridere ben poco, anzi, mi fa quasi paura…

Chi ha vinto le elezioni in Iran?

Le elezioni presidenziali in Iran si sono concluse già al primo turno. Con un sorriso stampato in volto ed un pizzico di sarcasmo sto facendo una rapida rassegna stampa per vedere che cosa raccontano oggi pomeriggio i giornali a tal proposito.

Hassan Rohani
Hassan Rohani

Hassan Rohani è da poco il nuovo presidente con il 50,68% dei voti. I giornali di tutto il mondo stanno celebrando questa svolta riformista di Teheran prospettando un avvenire di pace e amicizia con l’Occidente. Purtroppo non sono dotato di una sfera di cristallo, quindi non mi sento di svelarvi cosa ci riserverà il futuro, ma tengo a precisare alcune considerazioni in merito a questo risultato elettorale e a ricondurre il risultato di oggi ad un panorama più ampio.

Partiamo dai numeri. L’esito dello scrutinio viene proclamato come un’evento epocale. La vittoria risicata (per l’appunto 50,68% dei voti) è stata ottenuta a fronte di un’affluenza di circa il 72,7% degli aventi diritto voto. Nel 2009 Ahmadinejad vinse con il 62,6% dei voti e un’affluenza di circa l’82%.

Riformista. Esponente del clero iraniano, l’elezione di Rohani non può essere certo vista come una svolta progressista tout court. Se andiamo a vedere le vicende dei potentati che hanno sostenuto la sua candidatura, troveremo in primis Rafsanjani – ex presidente storico leader riformista noto più per gli affari di corruzione che lo vedono coinvolto e per le sue parentopoli piuttosto che per il aver il bene del Paese durante i suoi anni di governo – e di Khatami – eletto due volte presidente sulla base di promesse disattese di migliorare le condizioni di giovani e donne, nonché primo leader ad affrontare lo spinoso dossier nucleare dalla barra degli imputati.

La questione del nucleare. Rohani è passato agli onori della cronaca la scorsa settimana per via di alcune fantomatiche rivelazioni sul nucleare iraniano che potrebbero comprometterne l’approvazione dell’elezione da parte del consiglio dei guardiani.

Sull’origine dei problemi relativi al programma nucleare iraniano ho scritto un working paper nel 2009 in cui si mostrava chiaramente da dove derivasse la costruzione mediatica di questa “minaccia” per la pace e per la sicurezza globale. Per chi fosse maggiormente interessato all’argomento consiglio anche la mia Tesi di laurea triennale e un articolo che ho pubblicato sulla Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale.

Iran: dittatura o democrazia? Molti oggi parlano di queste elezioni come le prime vere elezioni democratiche in Iran. Lo stesso Ahmadinejad ha dichiarato via Twitter la propria soddisfazione per il corretto svolgimento delle stesse. Non dimentichiamoci però che tanto il grande nemico dell’Occidente non era un sanguinario dittatore, tanto il suo successore non sarà un carismatico leader democratico. Nei miei studi sull’Iran ho potuto tracciare in maniera sintetica e chiara il quadro dei poteri costituzionali nel Paese.

Quadro sintetico dei poteri costituzionali in Iran
Quadro sintetico dei poteri costituzionali in Iran

Per non appesantire eccessivamente questo post mi limito a rinviare a quanto già citato in precedenza. Si tratta di un sistema veramente affascinante e non semplice da capire. Come pare abbastanza chiaro, la maggior parte delle responsabilità e del potere decisionale resta in capo alla Guida della Rivoluzione e il presidente svolge il proprio mandato sotto un stretto regime di controllo da parte delle altre istituzioni.

Il quadro regionale. Le zone calde del medio-oriente in questi ultimi mesi sono principalmente tre: Iran, Siria e Turchia. A più riprese ci sono stati attacchi nei confronti dei singoli governi al fine che evitassero di formare un fronte comune potenzialmente egemonico nella regione. Per quale motivo dei regimi tanto diversi dovrebbero unirsi tra loro? La risposta pare ovvia: per via del tentativo di disegnare uno stato curdo nella regione a seguito della guerra in Iraq. Ricco di idrocarburi e sito da cui sgorgano le principali risorse idriche della regione, il territorio rivendicato dai curdi si trova proprio a cavallo di questi quattro stati.

In passato abbiamo assistito a diversi episodi, quali la Rivoluzione Verde del 2009- rivelatasi un fallimento perché orchestrata dal fondo per la diffusione della democrazia di Soros – o le crisi che hanno accompagnato l’uscita dei film turchi della trilogia Valley of the WolvesAl di là di queste azioni di soft-power molto delicate, tra il 2009 e il 2010 ci sono stati diversi incontri tra Ahmadinejad, Erdogan e Bashar Al-Assad per neutralizzare la minaccia curda nel proprio Paese (in particolare Pejak e PKK), cavallo di troia a stelle e strisce in zone ricche di risorse critiche. Il primo a cedere pare essere stato il leader iraniano, per gli altri sembra solo questione di tempo.

No, vi prego. Non litigate così (Su Renzi, Bersani, il Quirinale e il Pd a pezzi)

Una cronaca molto interessante di quanto stia avvenendo in casa PD con un occhio di riguardo alle reazioni consumatesi sul web. Una punta di sarcasmo – o di sano umorismo – completano questa riflessione che ben riflette la situazione attuale.

Arthur

Matteo Renzi torna sulle pagine di Repubblica per bocciare, come se qualcuno ancora non lo avesse capito, la candidatura di Franco Marini alla presidenza della Repubblica. Posso comprendere che la cosa non gli vada a genio, ma temo che la tattica sia sbagliata. Temo che alzare i toni dello scontro, a meno che Matteo non punti a farsi cacciare dal Pd, non produrrà grandi benefici. Né per il sindaco di Firenze né per il partito nel quale tuttora milita. Tantomeno per il Paese, come ha sottolineato più volte il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

E neppure ha fatto centro, Renzi, ironizzando sulla candidatura di Anna Finocchiaro, che oggi gli ha risposto via Facebook:

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Non vorrei sembrare il sempreverde Nanni Moretti-Michele Apicella (“No, vi prego, non litigate”). E però se anche un fine conoscitore della politica come Antonio Polito, editorialista del Corriere della sera, twitta

Schermata 2013-04-15 alle 12.49.08

vuol dire che, beh…

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ARTE presenta Le Dessous des Cartes Conflits 2030, noi le strategie secondo Nielsen

Di fronte ad una popolazione mondiale che sembra crescere senza sosta e al delineamento di un nuovo assetto geopolitico conseguente a una differente ridistribuzione delle risorse naturali, economico-finanziarie, militari ed umani tra le regioni del mondo, è più che mai opportuno interrogarsi sui possibili scenari futuri.

L’Atlante Le Dessous des Cartes Conflits 2030 mette in evidenza le potenziali situazioni di criticità e permette di leggere con maggior cognizione di causa gli sviluppi recenti in termini di operazioni militari e non volte a ribaltare regimi o sostenere il grido dei popoli oppressi.

Le Dessous des Cartes Conflits 2030.

A completare la visione di questo documentario consiglio un articolo al riguardo delle differenze dell’azione strategica tra Occidente ed Oriente secondo l’approccio proposto da Nielsen C. (2005), The global chess game … or is it go? Market-entry strategies for emerging markets, in “Thunderbird International Business Review” vol. 47 no. 4 , p. 397-427.

L’autore, infatti, paragona le strategie di ingresso in un mercato con i tradizionali giochi da tavolo occidentali e orientali. Dopo aver individuato gli obiettivi principali per entrambi i giochi di strategia – nel caso degli scacchi porre irrimediabilmente sotto scacco il re avversario, mentre nel go occupare la maggior porzione di territorio – spiega il modo in cui si traducano le diverse strategie nel modo di fare business e nella scelta di intervento in diversi stadi della value chain.

Per chi volesse capire di più come funzioni il go, consiglio http://gogameguru.com , sito completo per chi si approccia alla materia. Riporto inoltre che in Italia esiste la FIGG – Federazione Italiana Giuoco Go.

Invece della sfera di cristallo, proviamo ad usare una scacchiera per leggere il futuro.

Abbaglio del presidente del Parti de Gauche francese in occasione della morte della Thatcher

La notizia che ha tenuto banco in qualsiasi canale di informazione, nonché in ogni social media, oggi pomeriggio è stata la scomparsa a 87 anni di Margaret Thatcher. La lunga e discussa carriera politica della Lady di Ferro è costellata di episodi il cui significato ha assunto diversi significati per le formazioni politiche del proprio Paese ed estere.

Così, su segnalazione del blog nouvelordremondial.cc, riprendo un tweet pubblicato cinque ore fa da Jean-Luc Mélenchon, co-presidente del Parti de Gauche – formazione di sinistra francese che ha incontrato i favori di buona parte dei cittadini transalpini sin dalla sua creazione nel 2009.

Il tweet pubblicato da Jean-Luc Mélenchon in occasione della morte della Thatcher
Il tweet pubblicato da Jean-Luc Mélenchon in occasione della morte della Thatcher

Il messaggio di cordoglio espresso dal leader della sinistra francese è senza dubbio di discutibile gusto:

“Margaret Thachter sta per scoprire all’inferno quello che ha fatto ai minatori”.

In questo caso si fa riferimento al tragico sciopero dei minatori tra il 1984-1985. Come racconta Steve Roberts in quegli anni,

Il 12 marzo 1984, a partire dallo Yorkshire del sud, inizia il grande sciopero dei minatori, dopo che Ian McGregor annuncia la chiusura di 20 pozzi nell’anno successivo e la perdita di 20.000 posti di lavoro, compensati da aumenti salariali del 5,2%. Il primo giorno il numero dei pozzi in sciopero contro la chiusura è di 90 su 176; il giorno seguente il numero sale a 133 e dopo la prima settimana a 142. Un voto parziale, organizzato durante la prima settimana nelle regioni di tendenza moderata, dimostra che circa un terzo è contrario all’azione in corso. Malgrado ciò il 27 marzo si contano solo 38 pozzi in normale attività. Quel giorno, regioni come le Midlands che hanno votato contro lo sciopero si uniscono alla lotta. Alla fine di marzo l’attività è ferma nei tre quarti dei pozzi che dipendono dal NCB.
Un ruolo determinante in questa partita lo giocano i picchetti volanti, ai quali partecipano molti giovani lavoratori che per la prima volta si trovano coinvolti in un conflitto sociale su scala nazionale. I picchetti manifestano certamente tutta la collera dei dimostranti nei confronti dei crumiri, ma la responsabilità degli atti di violenza che si scatenano, che uccidono un minatore, che provocano numerosi feriti e centinaia di arresti, ricade interamente sulla polizia, che conta 8.000 agenti in assetto di guerra schierati dal governo per reprimere la lotta. Una delle principali operazioni della polizia è quella di intercettare i picchettatori per impedire che si spostino da una regione all’altra “a commettere delitti”. Queste misure draconiane vengono denunciate da varie organizzazioni di difesa dei diritti civili; i minatori rivolgono appelli alla Corte Suprema, dalla quale attendono un intervento contro questi attentati alla libertà di circolazione. L’azione dello Stato non si limita alla repressione poliziesca: multe e confische di beni colpiscono le organizzazioni sindacali che organizzano o appoggiano i picchetti in altre regioni.

La reazione del mondo politico francese alla dichiarazione contenuta in questo cinguettio non si è fatta attendere, pur non sollevando un polverone mediatico che facesse passare in secondo piano la notizia in sé. Interpellata a questo proposito, Marine Le Pen  ha affermato di non voler taper sur un cadavre. In effetti, per quanto Mélenchon non sia nuovo a questo tipo di uscite, la leader del Front National invita a non cavalcare fantasmi del passato per cercare di ridarsi credito di fronte a una arena politica che ha perso fiducia in lui. In altri termini, il senso del discorso della carismatica politica francese è “lasciamo che i morti seppelliscano i morti” e non strumentalizziamoli per ritagliarci uno spazio sulla scena mediatica che lentamente è occupato da altre questioni che in questo momento stanno maggiormente a cuore al Paese.

Un’altra reazione senz’altro curiosa,infine, è riportata questa volta da LesEchos e vede come protagonista il centrocampista inglese dell’Olympique Marseille Joey Barton:

La reazione di Joey Barton alla morte della Lady di Ferro
La reazione di Joey Barton alla morte della Lady di Ferro

E’ quasi finita… ma sta solo per cominciare

In queste ultime settimane la maggior parte dei miei sforzi sono concentrati sulla redazione di una tesi parecchio interessante quanto impegnativa. Nei momenti liberi comincio a costruire un futuro professionale che gioca a nascondino. Sto contando i giorni che mancano alla laurea, ma un occhio aperto per sbirciare cosa riserva il futuro non mi lascia intravedere nulla di particolarmente motivante. Allora, in questi momenti in cui guardando il proprio volto riflesso in un monitor che ormai ha assunto i tratti di una “Veronica”, mi concedo qualche sfizio, una distrazione leggera che condivido volentieri con tutti coloro che si ritrovano a vivere questo periodo intrappolati in una bolla di sapone e che non hanno il coraggio di romperla con un dito.

Provate ad interagire con http://www.staggeringbeauty.com/ 

Petter Kverneng: quando la rete non ti manda in bianco…

Questa mattina al risveglio ho fatto un salto su http://www.4chan.org per trovare qualche distrazione dalla stesura della mia tesi e ho incontrato nella sezione random ( /b/ ) il messaggio di un giovane norvegese, Petter Kverneng, che richiedeva l’aiuto della rete per un’insolita iniziativa.

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A quanto pare, la sua amica Cathrine Johansen ha promesso di divertirsi con lui qualora la foto in cui annunciava la sfida fosse arrivata ad un milione di likes su Facebook. In effetti, il risultato è stato conseguito nel giro di poche ore (più di 1 156 000 likes in meno di 18 ore) e, come la migliore delle favole dei fratelli Grimm, la vicenda sembra essere arrivata al tanto sperato lieto fine.

Sopravvivono a questo piacevole episodio che tutti dimenticheremo nel corso del prossimo quarto d’ora, due riflessioni generali:

  • Ancora una volta abbiamo assistito ad una manifestazione dello straordinario potere di mobilitazione delle comunità virtuali. Non si tratta sempre di azioni impegnate dalla rilevanza pubblica, ma alle volte si accordano semplicemente quei dieci minuti di celebrità che Warhol aveva messo in conto per chiunque.
  • Il buon Petter Kverneng non è il classico nerd che ricorre alla rete per dare una svolta alla propria vita sessuale. Sebbene il suo sito internet (http://kverneng.net/ ) non ci dia grandi indicazioni circa la sua professione, ma dal suo account di Twitter sembra di capire che si tratti di un organizzatore di eventi.

Allora complimenti Petter per la pubblicità che sei riuscito a creare attorno alla tua attività freelance e buona fortuna con quella biondina – sperando di non assistere ora a “1M” episodi di emulazione!

 

**** aggiornamento 18/01/2013 ore 19 ****

A riprova della ricaduta mediatica dell’iniziativa, Oasis – produttrice di succhi di frutta – ha fatto una parodia di questa iniziativa lanciando un nuovo messaggio pubblicitario: